Ignuda

drènto 'Na bbolla de sapone
Drento ‘na bbolla de sapone

Agliuto… er vento me sta portà lontano da casa. Basta che nun attero su ‘na pianta de rovi. Mo prima che sta bolla de sapone fa pluffe, m’attacco a la coda de st’ucello e pe nun famme male me faccio portà ar mare. Agliuto sto pe fà pluffe… ammazza quant’è freddo sto fiume. Lemme lemme me nisconno dereto ‘n cespujo e dò ‘na smirciata da dereto le foje. Me chiedo
-Chissà indove sò finita?
Ignuda m’aricopro er corpo co ‘na frasca, du regazzini me dicono che so atterrata drento er fiume de Alcantara. Ahò, sò finita ‘n terra de Sicilia. Ammazza quant’è fredda st’acqua. Quarcheduno m’arimedia ‘n abbito, oppuro ‘na foja de fico?
Ignuda

Sdraiata sopra er prato verde
co’ lo sguardo fisso
verso er creato.
La mente mia che vaga
lontano lontano
a quanno l’omo
annava en giro ignudo
e portava pe’ vistito
sortanto la
verde foja de fico.
Sarebbe stato bello
se puro oggi
s’annava en giro
senza er mantello
aricoprì er corpo ignudo
solo co’ verdi
foje de fico.

Cencia (franca bassi)

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Saluti

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Saluti

Mo sto pe annà
drento er macchione.
Indove l’arberi so pieni de colori.
L’ucelletti piccoletti
zompettano su le fronne
se fermeno e in coro
me cantano ‘na canzone.
Amichi nun lo so
pe Natale e Pasqua ‘ndo sto’.
Vabbè co sto scritto
ve saluto co quarche
ggiorno de anticipo.
E v’abbraccico
co tutto er core che ciò.
Cencia (franca bassi)

Sor Trombetta

er sor trombetta
Sor Trombetta
Sveja sveja…
‘Gni matina co la su trombetta
drento l’orecchio me sveja sta statuetta.
Nun lo vedi che er tempo passa?
Nun te guardi er grugno
drento lo specchio
pe vedè er tempo che passa lesto?
-Falla finita sor Trombetta
lo vedo che er tempo passa sverto!
Puro se l’anni sò parecchi
er ciarvello incora fa faville.
Eppoi che te credi che
passa sverto sortanto pemmè?
Puro a chi se sistema er grugno
e se fa a pagamento quarche cugno
er tempo je passa sverto sverto.

Cencia (franca bassi)

Appesa!

Appesa

Quanno er celo se fa scuro
er core mio piagne e s’ammoscia.
‘N guardamento ar celo
“ahò! nun pare che l’intezzione è bbona”.
Aspetto incora…
ma er celo nun vole
che er sole scappa fora.
Glieri pe famme passà sta mosceria
ho preso la machina e so scappata via.
So ita a ddritta eppoi a sinistra
fino a quanno ho trovato er sole
e lemme lemme me so fatta
accarezza scallà e tigne er core.
Cencia (franca bassi)

Franca

2

“Franca e il suo film”
Una stanza al centro di Roma, anno 2038. Squilla il telefono. C’è una radio accesa. E’ appena giorno. Francesco solleva il telefono e dall’altro capo la voce del suo amico Claudio: “Non mi dire che anche tu sei già sveglio!” Francesco risponde: “Non da molto, Claudio, dimmi!” Il suo amico, con la voce ancora un po’ roca per la stanchezza: “Ho fatto mattina e ho letto il lavoro”. “Dimmi, Claudio, si può fare?” Una piccola pausa di silenzio. “Claudio, “Si, il soggetto di tua madre mi è piaciuto molto, ho solo bisogno di chiarimenti, vorrei capire tante cose di tua madre prima di scrivere la sceneggiatura e tu mi dovresti parlare di lei. Per fare un bel lavoro devo entrare dentro la sua anima”. Claudio vediamoci domani a casa mia”. In quale casa Francesco? Adesso mi si confondono le idee, in questi ultimi tempi non ricordo più dove abiti, ma tu sai quanti indirizzi hai cambiato?” Francesco ridendo: “Per adesso sono a piazza Margana, una piccola piazzetta vicino al Campidoglio”. “Quando finirai di girare? Ti sei fatto tutte le piazze e i vicoli di Roma”. “Sai Claudio, a forza di girare film, cambiare alberghi e città, mi viene voglia di cambiare anche la casa, non so perché, ma è così”. “Mi sembri matto Francesco, fermati una buona volta!”. La telefonata dura ancora un bel po’, i due amici si scambiano opinioni e idee sul soggetto. “Senti Francesco, visto che in questi giorni non giriamo possiamo lavorarci assieme se ti sta bene”. “Allora Claudio, stasera ci vediamo da mia madre tu conosci il posto, sai dov’è, qualche volta ci sei stato e domani vieni nella mia nuova casa. Desidero prendere e darti altro materiale e poi sul suo PC, c’è molto di lei”. “Nella ripresa sono bravo, ma non mi parlare di PC, non ci capisco nulla, preferisco che sia tu ad aprirlo e a controllarlo, non vorrei finire per cancellare qualcosa” Francesco il primo pomeriggio dello stesso giorno arriva al quartiere Salario, parcheggia la sua moto, apre lo studio, accende la luce. La stanza dal buio pesto passa alla penombra, grazie alla luce soffusa di una vecchia lampada. Le altre stanze sono chiuse. Ovunque un profumo di erbe secche, – sua madre aveva l’abitudine di riempire vasi e ciotole con erbe fragranti -odore di verbena, menta d’incenso: le pareti e gli antichi mobili di noce ormai erano impregnati come quelli di erboristeria. Si sentiva ancora la sua presenza, sembrava che lei fosse ancora lì. Francesco si siede su una poltrona sotto la finestra e lì può osservare ancora una volta il posto dove sua madre sedeva sempre. Non ne avvertiva la mancanza, non la vedeva spesso. Ogni volta che Francesco partiva per lavoro era lei che con la sua fantasia lo raggiungeva per andare a girare il suo film. Nessuno aveva compreso questa sua grande passione. Le bastava vedere un panorama e lei ci costruiva una storia, erano i suoi film e per tutta la vita, fino alla fine, aveva continuato a sognare e ad amare il mondo della celluloide. Anche sua madre non lo cercava mai. Aveva sempre paura di disturbarlo sul set e aspettava che lui, chiamasse. Appena Claudio arriva si mette al PC e per diverse ore la stampante macina pagine, copia su una penna le immagini che scorrono veloci sullo schermo. Francesco chiede all’amico cosa stia facendo. “Tua madre ha tanto di quel materiale da poter girare cento film, immagini, racconti, poesie, era un vulcano. Conosceva la sua città e altre  le aveva visitate con l’occhio segreto della macchina da presa. Guarda! guarda Francesco, queste immagini stupende, le ha classificate tutte! la sua città, l’ha immortalata in ogni angolo, era molto precisa e ordinata, qui c’è il lavoro di regia, di fotografo di scena, di costumista, di scenografo, ci sono sceneggiature complete. Francesco, mi chiedo dove trovasse il tempo tua madre! Tutto classificato, sembra che abbia sempre fatto questo mestiere. “Francesco resta ammutolito, iniziano a venirgli in mente frasi che sua madre gli diceva: “Prima o poi io farò il mio film” – “Il Principe dei gabbiani” ci sono riprese eseguite di nascosto guarda…guarda questi gabbiani! Lui è un barbone, ma guarda il particolare delle riprese, guarda le sue mani curate, un gabbiano sul cappello e uno che si fa imbeccare. Quanto amore in queste immagini! Quanto materiale, quante idee, guarda questo vicolo di “piazza Navona”, questa fotografia di “Campo di Fiori” e questi scritti in vernacolo, bella questa sua semplice ironia. E’ come se riuscisse a dare voce alle fontane di Roma, ma era romana tua madre?- “Si, Claudio, era nata al centro di Roma, ma le sue origini erano Umbre, la mia bisnonna e la mia nonna materna erano di Orvieto. Ricordo che mi raccontava, che suo padre la portava sempre a “Borgo Pio”, al cinema Castello e quando la lasciava, lei per ore s’incantava a guardare il telo bianco. Mi ricordo una frase che il direttore del cinema disse a mio nonno Emilio: “Amico mio ‘sta regazzina invece de giocà, sta sempre drénto er cinema, prima o poi farà quarche firme!”. “Adesso capisco Francesco, la tua bravura nel lavoro. Di certo l’hai ereditata da tua madre”. Passano alcuni giorni, Claudio continua a sfogliare la storia di Franca per diverse sere. Prova brividi e  qualche lacrima scorre sul suo volto oramai indurito dal tempo e dalla vita Anche questa volta Claudio, stanco, si addormenta dopo aver letto per ore senza sosta, appuntando con la matita sul bordo bianco le modifiche al copione, ancora una volta i fogli silenziosi scivolano sul pavimento di legno. “Pronto? Ciao Francesco, ieri sera mi sono addormentato tardi e ho terminato la sceneggiatura. “Grazie Claudio, sono contentissimo. Hai portato a termine il sogno di mia madre. Sai in questi giorni ho pensato molto a lei, solo oggi mi rendo conto di quanto ci ha donato quando era, in  vita. Per lei tutto è volato in fretta, Claudio, quanti sbagli commettono i figli! Corriamo senza capire cosa  ci lasciamo alle spalle e… ci metterò tutto il mio amore nelle riprese, devo renderle almeno questo ed è ben poco rispetto a quello che lei ha fatto per me. Era il suo grande desiderio e lei si è spenta proprio quando con la punta delle sue dita aveva appena toccato quel sogno.” “Francesco volevo parlarti, ho cambiato la scena iniziale del film. Preferisco inquadrare un bambino che , con aria sorpresa, trova il libro dentro uno scaffale impolverato di una scuola di periferia, il bambino spolvera la copertina, accarezzandola; poi, incuriosito dal titolo, inizia a leggere: “Principessa orchidea Cegliese” e dopo alcuni attimi di lettura, si vede tua madre che cammina di spalle, nei suoi boschi, tutto in penombra e la voce narrante del bambino s’ interrompe quando lei inizia a ballare a piedi nudi nel bosco, vicino alla sua sorgente. Tua madre ha una veste di lino bianco, accarezza con la punta delle dita la superficie dell’acqua, raggi di sole filtrano tra gli alberi, il “Rio Torbido” continua a scorrere e il rumore dell’acqua accompagna la voce del bambino che torna e si fonde con il canto della natura. Da qui si snoda il film. Torniamo agli anni della seconda guerra mondiale, quando lei ancora bambina, con i fratelli e sua nonna Elisabetta si nascosero nella casetta di pietra nella valle di Bagnoregio. Qui la natura provoca un effetto stordente ” “Mi sembra buona la tua idea, a mia madre piacevano  i flash-back. Quando ci vediamo, Claudio? -Domani, Francesco, al solito posto. Lo trovo più tranquillo per parlare e piazza Navona è più caotica, vediamoci al nostro piccolo bar, c’è meno confusione.- Va bene, Claudio, porto anche un piccolo manoscritto di due pagine, l’ho trovato in una vecchia scatola di ottone, mi sembra ottimo, poi tu deciderai se possiamo inserirlo- Il tepore della primavera è tornato a scaldare i vicoli  il ripetersi di quel vocio, i profumi della vecchia Roma, questa era la Roma che lei amava. Francesco arriva, si siede al piccolo bar di piazza Farnese, Claudio lo raggiunge con qualche minuto di ritardo, i due amici si abbracciano e iniziano a parlare. Claudio ha appena terminato di leggere il racconto che Francesco ha portato, “ti prego” dice, “se continuiamo a leggere nuovi racconti, devo cominciare daccapo, questa storia è troppo bella, è una storia delicata, romantica, piena di calore. Trovo il modo di inserirla ma ti prego, anche se trovi altro materiale, non farmelo vedere, altrimenti non riesco a completare la sceneggiatura. E tu? sei già in ritardo per i provini, hai deciso per il cast?” “Inizierò con i  provini  tra dieci giorni, per il cast devo avere delle risposte in settimana, poi partiamo verso i posti di mia madre. Vorrei tornare nel  suo trullo fatato a Ceglie, poi sul Gran Sasso, nel finale si deve vedere lei che torna alle sue radici, a Civita, e qui inseriamo la sua poesia recitata da una voce molto dolce: ” A Civita, qui dimorano, le mie Fate Supreme; un giorno ci sarò anch’io. All’alba mi troverete all’ingresso di Civita, lo sguardo rivolto a Bagnoregio. Al tramonto, le spalle a Civita, e lo sguardo verso i calanchi, guarderò la Cattedrale illuminata dai raggi del sole. Nei giorni di vento, aiuterò la nebbia a sollevare il borgo, per riposare l’erosione. Quando la neve imbiancherà, troverete le mie impronte per i vicoli e nei giardini. Qui un giorno mi troverete.” Per la voce ho pensato ad Annalisa Rossi, a tua madre piaceva molto. Conservava tanti suoi CD e con gli anni è migliorata molto, credo anche sia adatta ai testi di tua madre”… Seguirono altri incontri, finalmente ogni tassello fu al suo posto, come un mosaico scoperto  sotto uno strato di terra antica. Il film, dopo lavoro e dedizione è stato portato a termine con il  titolo “Franca e il suo film”. Domani al cinema danno la prima. Ci saranno tutti i figli di Franca, i suoi nipoti e i suoi fratelli; anche se lei non ci sarà e la sua poltrona  sarà vuota, la sua anima sarà lì per vedere finalmente il suo film.
franca bassi                                                                  

Er Pajaccio

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Sto discorzo vale puro pe le femmine. Cencia ha accettato la su vecchiaja. Certe donne s’arovineno er grugno, lassate che le grinze ve fanno compagnia, puro loro fanno parte de la vita. Serena dimenica  a tutti l’amichi de Faccebbucche.

Er pajaccio

Guardà er viso
der pajaccio sur commò?
Lo sguardo triste
poi te fa l’inchino
e ride
sembra che te vo’ di’
ancora te stai a specchia’?
Falla finita
lo vedi sei pùro invecchiato!
e c’hai er capello brizzolato!
‘Sta vòrta la regazzetta
te conviene de lassa’ ‘nna’!
Guardete a lo specchio
guardete bbene
e se a lo specchio nu je credi
guardete la carta d’identità.
Cencia (franca bassi)