Franca

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“Franca e il suo film”
Una stanza al centro di Roma, anno 2038. Squilla il telefono. C’è una radio accesa. E’ appena giorno. Francesco solleva il telefono e dall’altro capo la voce del suo amico Claudio: “Non mi dire che anche tu sei già sveglio!” Francesco risponde: “Non da molto, Claudio, dimmi!” Il suo amico, con la voce ancora un po’ roca per la stanchezza: “Ho fatto mattina e ho letto il lavoro”. “Dimmi, Claudio, si può fare?” Una piccola pausa di silenzio. “Claudio, “Si, il soggetto di tua madre mi è piaciuto molto, ho solo bisogno di chiarimenti, vorrei capire tante cose di tua madre prima di scrivere la sceneggiatura e tu mi dovresti parlare di lei. Per fare un bel lavoro devo entrare dentro la sua anima”. Claudio vediamoci domani a casa mia”. In quale casa Francesco? Adesso mi si confondono le idee, in questi ultimi tempi non ricordo più dove abiti, ma tu sai quanti indirizzi hai cambiato?” Francesco ridendo: “Per adesso sono a piazza Margana, una piccola piazzetta vicino al Campidoglio”. “Quando finirai di girare? Ti sei fatto tutte le piazze e i vicoli di Roma”. “Sai Claudio, a forza di girare film, cambiare alberghi e città, mi viene voglia di cambiare anche la casa, non so perché, ma è così”. “Mi sembri matto Francesco, fermati una buona volta!”. La telefonata dura ancora un bel po’, i due amici si scambiano opinioni e idee sul soggetto. “Senti Francesco, visto che in questi giorni non giriamo possiamo lavorarci assieme se ti sta bene”. “Allora Claudio, stasera ci vediamo da mia madre tu conosci il posto, sai dov’è, qualche volta ci sei stato e domani vieni nella mia nuova casa. Desidero prendere e darti altro materiale e poi sul suo PC, c’è molto di lei”. “Nella ripresa sono bravo, ma non mi parlare di PC, non ci capisco nulla, preferisco che sia tu ad aprirlo e a controllarlo, non vorrei finire per cancellare qualcosa” Francesco il primo pomeriggio dello stesso giorno arriva al quartiere Salario, parcheggia la sua moto, apre lo studio, accende la luce. La stanza dal buio pesto passa alla penombra, grazie alla luce soffusa di una vecchia lampada. Le altre stanze sono chiuse. Ovunque un profumo di erbe secche, – sua madre aveva l’abitudine di riempire vasi e ciotole con erbe fragranti -odore di verbena, menta d’incenso: le pareti e gli antichi mobili di noce ormai erano impregnati come quelli di erboristeria. Si sentiva ancora la sua presenza, sembrava che lei fosse ancora lì. Francesco si siede su una poltrona sotto la finestra e lì può osservare ancora una volta il posto dove sua madre sedeva sempre. Non ne avvertiva la mancanza, non la vedeva spesso. Ogni volta che Francesco partiva per lavoro era lei che con la sua fantasia lo raggiungeva per andare a girare il suo film. Nessuno aveva compreso questa sua grande passione. Le bastava vedere un panorama e lei ci costruiva una storia, erano i suoi film e per tutta la vita, fino alla fine, aveva continuato a sognare e ad amare il mondo della celluloide. Anche sua madre non lo cercava mai. Aveva sempre paura di disturbarlo sul set e aspettava che lui, chiamasse. Appena Claudio arriva si mette al PC e per diverse ore la stampante macina pagine, copia su una penna le immagini che scorrono veloci sullo schermo. Francesco chiede all’amico cosa stia facendo. “Tua madre ha tanto di quel materiale da poter girare cento film, immagini, racconti, poesie, era un vulcano. Conosceva la sua città e altre  le aveva visitate con l’occhio segreto della macchina da presa. Guarda! guarda Francesco, queste immagini stupende, le ha classificate tutte! la sua città, l’ha immortalata in ogni angolo, era molto precisa e ordinata, qui c’è il lavoro di regia, di fotografo di scena, di costumista, di scenografo, ci sono sceneggiature complete. Francesco, mi chiedo dove trovasse il tempo tua madre! Tutto classificato, sembra che abbia sempre fatto questo mestiere. “Francesco resta ammutolito, iniziano a venirgli in mente frasi che sua madre gli diceva: “Prima o poi io farò il mio film” – “Il Principe dei gabbiani” ci sono riprese eseguite di nascosto guarda…guarda questi gabbiani! Lui è un barbone, ma guarda il particolare delle riprese, guarda le sue mani curate, un gabbiano sul cappello e uno che si fa imbeccare. Quanto amore in queste immagini! Quanto materiale, quante idee, guarda questo vicolo di “piazza Navona”, questa fotografia di “Campo di Fiori” e questi scritti in vernacolo, bella questa sua semplice ironia. E’ come se riuscisse a dare voce alle fontane di Roma, ma era romana tua madre?- “Si, Claudio, era nata al centro di Roma, ma le sue origini erano Umbre, la mia bisnonna e la mia nonna materna erano di Orvieto. Ricordo che mi raccontava, che suo padre la portava sempre a “Borgo Pio”, al cinema Castello e quando la lasciava, lei per ore s’incantava a guardare il telo bianco. Mi ricordo una frase che il direttore del cinema disse a mio nonno Emilio: “Amico mio ‘sta regazzina invece de giocà, sta sempre drénto er cinema, prima o poi farà quarche firme!”. “Adesso capisco Francesco, la tua bravura nel lavoro. Di certo l’hai ereditata da tua madre”. Passano alcuni giorni, Claudio continua a sfogliare la storia di Franca per diverse sere. Prova brividi e  qualche lacrima scorre sul suo volto oramai indurito dal tempo e dalla vita Anche questa volta Claudio, stanco, si addormenta dopo aver letto per ore senza sosta, appuntando con la matita sul bordo bianco le modifiche al copione, ancora una volta i fogli silenziosi scivolano sul pavimento di legno. “Pronto? Ciao Francesco, ieri sera mi sono addormentato tardi e ho terminato la sceneggiatura. “Grazie Claudio, sono contentissimo. Hai portato a termine il sogno di mia madre. Sai in questi giorni ho pensato molto a lei, solo oggi mi rendo conto di quanto ci ha donato quando era, in  vita. Per lei tutto è volato in fretta, Claudio, quanti sbagli commettono i figli! Corriamo senza capire cosa  ci lasciamo alle spalle e… ci metterò tutto il mio amore nelle riprese, devo renderle almeno questo ed è ben poco rispetto a quello che lei ha fatto per me. Era il suo grande desiderio e lei si è spenta proprio quando con la punta delle sue dita aveva appena toccato quel sogno.” “Francesco volevo parlarti, ho cambiato la scena iniziale del film. Preferisco inquadrare un bambino che , con aria sorpresa, trova il libro dentro uno scaffale impolverato di una scuola di periferia, il bambino spolvera la copertina, accarezzandola; poi, incuriosito dal titolo, inizia a leggere: “Principessa orchidea Cegliese” e dopo alcuni attimi di lettura, si vede tua madre che cammina di spalle, nei suoi boschi, tutto in penombra e la voce narrante del bambino s’ interrompe quando lei inizia a ballare a piedi nudi nel bosco, vicino alla sua sorgente. Tua madre ha una veste di lino bianco, accarezza con la punta delle dita la superficie dell’acqua, raggi di sole filtrano tra gli alberi, il “Rio Torbido” continua a scorrere e il rumore dell’acqua accompagna la voce del bambino che torna e si fonde con il canto della natura. Da qui si snoda il film. Torniamo agli anni della seconda guerra mondiale, quando lei ancora bambina, con i fratelli e sua nonna Elisabetta si nascosero nella casetta di pietra nella valle di Bagnoregio. Qui la natura provoca un effetto stordente ” “Mi sembra buona la tua idea, a mia madre piacevano  i flash-back. Quando ci vediamo, Claudio? -Domani, Francesco, al solito posto. Lo trovo più tranquillo per parlare e piazza Navona è più caotica, vediamoci al nostro piccolo bar, c’è meno confusione.- Va bene, Claudio, porto anche un piccolo manoscritto di due pagine, l’ho trovato in una vecchia scatola di ottone, mi sembra ottimo, poi tu deciderai se possiamo inserirlo- Il tepore della primavera è tornato a scaldare i vicoli  il ripetersi di quel vocio, i profumi della vecchia Roma, questa era la Roma che lei amava. Francesco arriva, si siede al piccolo bar di piazza Farnese, Claudio lo raggiunge con qualche minuto di ritardo, i due amici si abbracciano e iniziano a parlare. Claudio ha appena terminato di leggere il racconto che Francesco ha portato, “ti prego” dice, “se continuiamo a leggere nuovi racconti, devo cominciare daccapo, questa storia è troppo bella, è una storia delicata, romantica, piena di calore. Trovo il modo di inserirla ma ti prego, anche se trovi altro materiale, non farmelo vedere, altrimenti non riesco a completare la sceneggiatura. E tu? sei già in ritardo per i provini, hai deciso per il cast?” “Inizierò con i  provini  tra dieci giorni, per il cast devo avere delle risposte in settimana, poi partiamo verso i posti di mia madre. Vorrei tornare nel  suo trullo fatato a Ceglie, poi sul Gran Sasso, nel finale si deve vedere lei che torna alle sue radici, a Civita, e qui inseriamo la sua poesia recitata da una voce molto dolce: ” A Civita, qui dimorano, le mie Fate Supreme; un giorno ci sarò anch’io. All’alba mi troverete all’ingresso di Civita, lo sguardo rivolto a Bagnoregio. Al tramonto, le spalle a Civita, e lo sguardo verso i calanchi, guarderò la Cattedrale illuminata dai raggi del sole. Nei giorni di vento, aiuterò la nebbia a sollevare il borgo, per riposare l’erosione. Quando la neve imbiancherà, troverete le mie impronte per i vicoli e nei giardini. Qui un giorno mi troverete.” Per la voce ho pensato ad Annalisa Rossi, a tua madre piaceva molto. Conservava tanti suoi CD e con gli anni è migliorata molto, credo anche sia adatta ai testi di tua madre”… Seguirono altri incontri, finalmente ogni tassello fu al suo posto, come un mosaico scoperto  sotto uno strato di terra antica. Il film, dopo lavoro e dedizione è stato portato a termine con il  titolo “Franca e il suo film”. Domani al cinema danno la prima. Ci saranno tutti i figli di Franca, i suoi nipoti e i suoi fratelli; anche se lei non ci sarà e la sua poltrona  sarà vuota, la sua anima sarà lì per vedere finalmente il suo film.
franca bassi                                                                  

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‘Na bona Convivenza

Immagine 332
immaggine de la sora Cencia (franca bassi)
…”Girda: Ah sor micio sbiadito, se scegni t’alliscio er pelo e da bianco te muto in nero.
Lampo: Si, mo me freghi! Vabbè, se ce provi a mozzicamme me vendico, t’ammollo puro quarche graffio e te manno dar ve-ve-tre vetrajo vabbè nun m’aricordo come se chiama er dottore de noantri e te faccio mette li punti sopra ar grugno. Vabbé sora Girda, puro se tu sei de razza fa l’istesso, stamme a sentì, me sa ch’è mejo che seguiti a ciancicà la coperta fai meno danni…”
Immagine 346
‘Gni razza ha er diritto de vive su sta tera. franca bassi
Provamoce

franca bassi (Cencia)
Immagine 361
-Sor Lampo, posso sdrajamme pe pija ‘n po de sole?
-Sora Girda faccia puro, basta che nun russi e nun te movi troppo forte pe nun disturbà l’inzogni mi’.
Immagine 319
Provàmoce

Regà, nun ve vojo convice!
Ma pe ‘na bona convivenza…
vabbè puro pe vive un po’ mejo
su sto pianeta cercamio
de smussà l’angoli.
‘N principio su sta tera
nun ce fu ‘na bona fratellanza
ma mo è puro peggio!
Puro l’animali certe vorte
fanno baruffa
e se scànneno fra de loro
ma poi pe vive mejo
troveno sempre la via giusta!
Ahò, provàmoce puro noantri
fusse la vorta bona che ce tojemo
quer guardamento tristo
da sopra er grugno.

franca bassi

Aya

Sogno

Per non dimenticare Aya e tutti i bambini che soffrono per colpa dei grandi. Le guerre non servono! Lasciano soltanto macerie, morti e tanto dolore. Una notte, di qualche anno fa sul PC la storia della piccola Aya bambina Palestinese di otto anni decapitata. Scrissi questo racconto per lei e tutti i bambini che non ci sono più.

AYA

Il mare sembrava essersi addormentato. Non un soffio di vento, non un’onda lo increspava e sulla sua superficie non il riverbero di un raggio del sole i cui raggi erano spenti e poi annullati da quella ostinata immobilità. Sotto il sole del pomeriggio lo sguardo non avrebbe potuto stendersi su alcunché, attorno ovunque la stessa foschìa ed il caldo afoso a confondere all’orizzonte le linee del cielo e del mare. Solo una piccola barca scivolava pian piano sull’infinita tavola blu, due piccole braccia si intestardivano ai remi, ma della costa ancora nessuna speranza. La piccola Aya, continuava a remare, sempre più stanca e prostrata dal sole e dalla fatica. Remava da tanto tempo e non ricordava neppure più da quanto, ricordava soltanto che il sole e la luna si erano già inseguiti più volte nel cielo. Le palme delle mani, piene di vesciche, avevano cominciato a sanguinare e, ad ogni colpo di remo, le bruciavano più forte. Il vestito, sporco di sudore e macchiato dal sangue, fasciava come garza il suo corpicino magro. La bambina, gli occhi fissi sulle ginocchia nello sforzo, continuava a remare ostinata, lo sciabordìo dell’acqua, lungo i fianchi della barca piccola come un guscio, scandiva implacabile il ritmo dei remi e della sua fatica. Intanto il sole aveva preso a declinare dietro l’orizzonte ed Aya asciugò con la manica del vestito e il sudore che le imperlava la fronte. Era ormai tanto stremata da essere sul punto di svenire, solo ogni tanto sollevava la testa, e i suoi occhi grandi e velati dalla paura fissavano il nulla, che si perdeva nella foschìa immobile come un sipario tutto attorno. Ancora un colpo di remo, poi uno sguardo nel nulla ancora e finalmente, nel declinare del sole al tramonto, ai suoi occhi apparve una sottile linea scura e poi pian piano, le palme straziate ad ogni colpo di remo ritmato dallo sciabordìo dell’acqua lungo i fianchi del piccolo guscio, le linee di un piccolo villaggio, le cui case basse e candide come confetti se ne stavano avvinghiate alla scogliera, tanto da sembrare un pugno di ghiaia, lanciata dal cielo sulla costa. I cespugli dalle case fino alla spiaggia, erano un fitto intrico di ciuffi selvatici dai diversi colori; dominava il verde, che ad Aya ricordava il giardino della sua casa, dove giocava con il nonno ed ascoltava le sue storie dei pirati e dei luoghi sconosciuti che stanno al di là del mare e poi quel tuono assordante. Gettò lo sguardo ancora una volta verso le case, scrutò i giardini ed i piccoli orti ed un senso di serenità l’invase.
Sorrise, gli occhi pieni di una luce nuova, si accanì con forza sui remi e, ad un tratto, la chiglia incontrò il bagnasciuga. Lasciò che i remi cadessero all’interno della barca, scavalcò il bordo, che per lei era alto come tutta la scogliera e finalmente avvertì la sabbia dell’arenile sotto ai suoi piedi. Le onde cancellarono le sue prime orme sul bagnasciuga fra i ciuffi di posidonia, mentre Aya, sfinita, continuava ad affondare i passi nell’arenile, che si faceva sempre più rovente man mano che il mare si faceva più lontano. Fu distratta da un canto di bambini, con un balzo trovò sollievo all’ombra di un fitto intrico di cespugli d’erica e rosmarino, il cui profumo la stordì. Rimase ferma ad osservare, stropicciando i piedi scottati dal calore della sabbia, poi si alzò sulle punte per guardar meglio oltre la siepe profumata che la nascondeva. Vide altri bambini che giocavano ridendo e, come gattini, si nascondevano, per poi sgattaiolare fuori dai nascondigli e rincorrersi. Le sembrò che tutta la bontà e la gioia del mondo si fossero date convegno in quel momento davanti ai suoi occhi e si sentì di nuovo felice, ma gli altri bambini, presi dal gioco, non si accorsero neppure della sua presenza. Guardò le basse case bianche, dove un altro gruppo di bambini, seduti a terra in cerchio, cantavano in coro le filastrocche delle nonne ed anche quei bambini le sembrarono felici. Cantavano in un dialetto antico, ma lei li capiva. Il loro canto si mischiava al canto dei gabbiani ed a quello del mare nella risacca e poi la raggiungeva ovattato dal soffio del vento della sera. Alcuni bambini avevano vestiti bianchi come la neve, altri color del cielo, tutti ricamati con filo di broccato e le sembrò nuovamente che lì fra loro ci fossero solo bontà e gioia, eppure si rannicchiò e decise di restare nascosta. Era tutta sporca e si vergognava, però ancora una volta le sembrò proprio che solo il canto e le grida di gioia regnassero in quella terra felice.
Una bambina color del cioccolato, con gli occhi grandi e i capelli ricci raccolti in piccole treccine la scovò nel suo nascondiglio. La raggiunse e con un gesto gentile la prese per mano, e la portò fino ad un cespuglio di erica a prendere un abito nuovo di lino bianco. Tenendola per mano la portò fino ad uno stagno, l’aiutò a lavarsi, le medicò le mani con delle foglie e ad Aya sembrò che il dolore fosse sparito del tutto. Sulla scogliera spiccava una minuscola casa dal tetto di tegole rosse, i davanzali delle finestre erano pieni di gerani e fiori colorati; tutto intorno alberi che in primavera si riempivano di gemme e di fiori e che adesso erano ricchi di frutti saporiti. Ad una finestra rivolta verso il mare si intravvedeva la testa di una donna anziana e già canuta, china su di un telo. La donna ricamava un tessuto di lino bianco, che un giorno avrebbe vestito un altro bambino. Ogni tanto sollevava il capo, sorrideva nel pensare a quel bambino e continuava il suo lavoro la nonnina, senza stancarsi mai.
Poco più in là un uomo all’ombra degli alberi raccoglieva frutti, che deponeva poi con grande cura in una bisaccia di tela ormai logora e lercia di terra, con la manica della camicia si asciugava il sudore; sul suo volto bruciato il sole ed il tempo avevano disegnato solchi profondi. Intanto i bambini più piccoli si rincorrevano e si davano la mano per fare il girotondo intorno ad un albero di fico che, anch’esso anziano, troneggiava grande e grosso e carico di frutti.
Il sole era intanto già calato da tempo dietro l’orizzonte ed una donna s’affacciò alla porta di una delle case: chiamava i bambini per la cena e poi…poi chiamò anche Aya. Non poteva credere alle sue orecchie e le sembrò fosse stata sua madre a chiamarla, a pronunciare finalmente il suo nome, come faceva ogni giorno, mentre lei giocava nel piccolo cortile, finché ad un tratto un lampo aveva seguito quel tuono. La donna continuava intanto a chiamarla a gran voce, a farle cenno di venire. Ad Aya sembrò di riconoscere quella voce, eppure non conosceva quel volto, la sua casa, la sua terra ed il suo mare. Nel cielo le nuvole bianche correvano veloci, si avvicinò prima incerta, poi corse dagli altri bambini e sedette assieme a loro. Anche la nonnina prese posto e volle che Aya sedesse proprio accanto a lei e le accarezzò i capelli ancora umidi. Non conosceva quella gente tanto buona, ma si sentiva fra loro come quando era a casa; parlavano un dialetto, forse una lingua antica, ma lei li capiva lo stesso.
Passarono i giorni, il tempo nell’armonia di quel luogo sereno e felice sembrava sospeso e, alla fine, non esisteva più. Le nuvole bianche, che sembravano batuffoli di cotone, scivolavano veloci nel cielo, che era sempre colorato di un celeste splendente e i bambini erano ogni giorno più numerosi: molte altre barche dipinte d’azzurro e piccole come un guscio, al declinare del sole all’orizzonte, erano approdate alla spiaggia. Quando le case bianche si tingevano del rosa del tramonto, una piccola barca dipinta di azzurro portava un nuovo bambino, sudato e lacero, avvolto nel vestito strappato e macchiato di sangue, che l’avvolgeva come una garza, ancora stordito dal tuono e dal lampo di una granata. In quella terra che ha sempre avuto tanti nomi e non può conoscere il tempo, dove la voce umana non nasce sulle labbra ma nell’anima; in quel luogo sereno dove è finalmente possibile che ad ogni male venga contrapposto il bene termina la storia di Aya, solo perché per lei già inizia un’altra storia. Franca Bassi

Er bicchiere

Immagine

Er bicchiere…

Jeramatina er dottore de li denti
nun m’ha fatto male.
Oggi so annata a lo spedale de l’occhi
e dopo la sentenzia…
me so sentita sola e perza.
Listesso ‘na canna vota
che se piega a le carezze der vento.
Se dice:
‘na notizzia bona e ‘na notizzia cattiva!
Amichi, sapete che ve dico?
Tra quarche giorno er mi bicchiere
nun lo lasso mezzo voto
e pe sfata’ er distino…
svérta svérta stappo ‘na bottija
pròsite!er bicchiere è già riempito.

Cencia (franca bassi)

L’OSPITE INOPPORTUNO

In quella stanza tutto era troppo grande per me. L’armadio, che aveva un’unica anta più pesante del macigno di Sisifo, era per me inaccessibile, come le sedie: ripide pareti, che era meglio non affrontare. Perfino salire sul vecchio letto a baldacchino mi rendeva l’immagine della mia inadeguatezza. Di notte i miei occhi tentavano di rintracciare in quelle forme un elemento, un pur piccolo ed insignificante dettaglio, che non fosse e ciclopico e che potesse apparirmi, perciò, amico. Per fortuna dalla stanza accanto venivano il chiarore dell’unica lampada a petrolio e le voci dei grandi, che parlavano piano, perché io non potessi sentire i loro discorsi. Eppure quel sussurrìo, sommesso come una preghiera, cui io accompagnavo la mia debole implorazione sempre uguale a se stessa come una filastrocca, mi confortava e, come una ninna nanna, mi donava un torpore, che alla fine si trasformava in sonno. Ma quasi ogni notte il mio sonno era breve, perché dal cielo si scatenavano tuoni e fulmini, che spaccavano i vetri e scuotevano la mia camera e tutta la casa, come fosse fatta di paglia. Il fragore era assordante e la luce dei lampi feriva i miei occhi ed ancor più la mia anima in cui quella luce malata penetrava, bruciando dentro di me le stentate sicurezze che con tanta pena e goffamente tentavo di costruire. C’era la guerra e la nostra casa era vicina a un nodo ferroviario: bombardavano. Ed ogni notte, ricordo, quell’orrore di tuoni e fulmini inghiottiva case, amici e tanti bambini come me. Fuggimmo nella cascina di nonna Elisabetta. Un piccola casa fatta di sassi, malta e paglia. Lì di notte i tuoni ed i fulmini sembravano ancora più vicini e la paglia volava spesso via, risucchiata dal vortice crudele delle bombe. Osservo il mio volto e la superficie dello specchio riflette un’immagine di me diversa da quella che vive nella mia anima, nella mia memoria. I capelli non sono più morbidi, la pelle luminosa. Sorrido dell’inverno, che come un mantello si va stendendo su di me, perché nel mio cuore, nella mia anima non potrà mai entrare. E non ridere di me, gentile lettore, se ancora oggi di notte nascondo il viso sotto le coperte, quando piove forte e i fulmini illuminano la stanza e i tuoni scuotono velenosi i miei pensieri: c’era la guerra ed ogni notte sparivano case, assieme a tanti bambini come me. La scorsa estate a Ceglie in una quieta penombra all’imbrunire ho osservato piena di curiosità delle piccole piantine di menta selvatica, che tenaci si ostinavano a crescere fra le radici di un olivo. Le ho bagnate e poi sono tornata quasi ogni sera, ho portato loro l’acqua e la mia storia, quella ormai lunga, tortuosa e inconfessabile storia, che nel tempo mi ha reso un essere umano, una donna. Fra gli olivi ad un tratto una luce verde si è affacciata in un angolo del mio sguardo. Rassomigliava ad una delle mie pianticelle e ho cominciato a ridere, prima piano e poi sempre più forte, caro lettore, ridevo di me e di quanto ancora oggi le suggestioni della fantasia abbiano potere sui miei pensieri. Ma poi quella luce, un lampo verde, è tornata sempre più spesso. Osservo il riflesso della mia immagine, avvicino il piccolo ovale dello specchio da trucco ed osservo i miei occhi. Sono belli, tinti di acquamarina, ma sono stanchi, troppo stanchi e distratti; come me, che racconto la mia storia alle pianticelle di menta selvatica. Io non mi sono accorta che qualcosa si avvicinava, che un ospite grattava alla luce della coscienza per essere riconosciuto; sempre più impaziente, grattava e grattava, perché era lì! E non sarebbe potuto più andar via, neppure se lo avesse voluto! Osservo i miei occhi di acquamarina, sono belli e stanchi: sono malati. Malattia è una parola di genere femminile, il male invece maschile. Sembra a tutti, ma non certo a me, che i miei occhi abbiano contratto una malattia; ma privata degli occhi io non potrò più scrivere per te, caro lettore, e non potrò più leggere, neppure correggere le mie bozze di stampa. E questa non si può definire solo una malattia, perché non lo è! Questo è il male, che tenta di insinuare l’inverno nella mia anima e da cui non ci si può difendere, come dalle bombe, che di notte inghiottivano le case, gli amici e tanti altri bambini come me e alla fine inghiottirono anche mio padre! Questo è per me il male. Male è una parola di genere maschile. Arriva e non avverte e non saluta, si siede ed è semplicemente lì. Oggi io curo i miei occhi, perché lui, un ospite inopportuno, me lo ha imposto. E lo vedo che è qui, che c’è! Perché ogni angolo della mia casa svela il suo passaggio. Trovo il flacone di collirio, lo trovo perché il mio ospite è qui. Mi sveglio con gli occhi umidi, perché lui è qui con me, anche di notte nel letto lui è con me. Mi alzo, osservo le lenzuola e le orme dell’ospite nella mia casa, su di me e penso: cosa può raccontare un letto di un’intera vicenda umana? Nel mio letto io ho pianto in solitudine le mie tragedie e le mie sconfitte. Nel mio letto ho vegliato serena, gli occhi fissi al soffitto, ed ho fantasticato sulle mie vittorie. Nel mio letto ho fatto capriole e ho cambiato posizione mille volte, felice che tutto lo spazio mi appartenesse. Il mio letto ho vestito di lenzuola di raso e le ho bagnate del sudore del mio corpo tremante e delle lacrime della mia gioia. Nel mio letto ho partorito mio figlio e conosciuto gli errori, che nascevano dalla mia bellezza. Ho però sempre deciso da sola le mie vittorie ed i miei errori. Oggi invece mi sveglio con gli occhi umidi, perché di notte l’ospite è nel letto con me. Anche il cibo è cambiato. Ho sempre mangiato con gioia, preoccupata un tempo solo del costo del cibo, poi soltanto del sapore del cibo, ma mai mi sono chiesta con quale cibo nutrissi me stessa. Credevo non avesse importanza, ho scoperto invece che non è così: si può desiderare un cibo, se ci è vietato. L’ospite è bizzarro, mi ricorda qualcuno e, al tempo stesso, un intero pàntheon di originali e strambe bizzarrìe: i miei errori, che nascevano dalla mia bellezza. Prendo fra le mie mani la moltitudine di stramberie, sono come tasselli dissonanti fra loro, rubati da immagini tutte differenti, li lancio in aria e nell’aria li guardo ondeggiare. Alla fine compongono una figura, è bella ma, inutile icona, è priva di significato. È un ombra: è l’ombra di qualcosa che ho solo potuto intravedere, ma mai toccare o abbracciare. L’ombra con la quale lungo tutta la mia vita sono stata costretta all’equivoco, perché eccetto che ombre, altro davvero non c’era! Il mio bicchiere è sempre stato mezzo pieno. Ancor più oggi, mentre la superficie dello specchio mi rimanda un’immagine di me diversa da quella che vive nella mia anima e nella mia memoria: ancor più oggi il mio bicchiere è mezzo pieno! Perché su tutto stendo il mio sguardo divertito. Caro lettore, come altro vuoi che si possa difendere dalla vita una donna, se non attraverso l’ironia? Osserva con me il vecchio amante e gli ideali sui quali posava il mondo, come sulle tre balene quando cominciò la storia dell’umanità, e poi gratta con l’unghia quella sottile pellicola di smalto che li protegge, troverai il nulla. In questo nulla la mia anima non si perderà, di questo nulla la mia anima ancora una volta riderà. Io riderò del male e di tutte le malìe con le quali il male sa vincere l’anima: io, una donna. Guardo il mio ospite, divora zucchero, come un primitivo mangia con le dita chiuse a coppa e sta divorando me. Ma il mio corpo ha già imparato a rinunciare allo zucchero, in me non ne troverà più. Non piango più già da settimane, svegliandomi al mattino con gli occhi umidi. Li asciugo, tirando su col naso, come quando ero bambina nella casa di malta e paglia di nonna Elisabetta. Restò in piedi quella casa, così come oggi sono ferma sulle mie gambe io: una donna. L’ospite è silenzioso. Nei giorni scorsi, camminando sulla spiaggia, avrei giurato che a fianco alle mie orme ci fossero le sue, ora non so, forse erano orme lasciate da un piccolo cane, che seguiva il suo padrone. Non posso vedere l’ospite, ma solo intuirne la presenza, anche se sono sicura che lui veda me. Lo sento sulla poltrona, respira piano, ma il suo cuore batte veloce. Sembra triste, dimenticato e solo. Leggo allora le terze bozze del mio ultimo libro, la luce della lampada al quarzo è forte e non ho quasi mai necessità degli occhiali da lettura. Lui mi osserva in silenzio: è astioso. Il mio editore è pieno di coraggio e privo di saggezza, forse proprio per questo si chiama Andrea. È ricco solo di energia, non accetta suggerimenti ed ha ragione. Mi adora, lo so, ma non segue i miei consigli, eppure io sento in lui e nelle sue parole un talento vero. Come vuoi, caro lettore, che possa difendersi una povera donna dalla vita, se non attraverso l’ironia? Restituisco le bozze corrette già oggi, solo perché il mio editore mi ha aiutata nel lavoro. È rimasto qui con me, ha lavorato con me. L’ospite che non vedo, giace mesto e dimenticato, lo so, cosciente della propria perfetta inutilità. È sera tardi, piove a dirotto, non posso lasciar partire Andrea da solo in macchina. Preparo il cibo, attenta, come un tempo, solo al suo sapore. Andrea mi guarda, anche l’ospite mi osserva malinconico. Il mio sguardo ironico si appunta sulla malinconia. Che sentimento ridicolo è la malinconia! Quello stato d’animo che impedisce alle persone di ridere di qualcosa con l’anima, salvo stendere malinconicamente sulle labbra un abbozzo di smorfietta, a scoprire la chiostra dei denti, probabilmente non sempre candida. Candido e fiducioso invece è il sorriso di Andrea. Mangia con gusto ed è ciarliero, allegro. Dio: quante storie in libertà conosce e sa raccontare! Lo ascolto incantata, l’ospite tace nei miei occhi di acquamarina, che non lacrimano più. Leggo per Andrea, recito versi e canto e ballo, mentre l’ospite giace dimenticato in un angolo, non so più dove: ma che sia lontano e nascosto alla luce della vita! L’ospite osserva Andrea, mentre Andrea osserva la vita nei miei occhi e li bacia, poi mi abbraccia ed io a quell’abbraccio mi lascio andare. Il mio letto ho vestito di lenzuola di raso, che bagnerò con il sudore del mio corpo tremante e le lacrime della mia gioia, Andrea, anche se sembri un po’ noioso, ripetitivo e privo di quella fantasia che ti sostiene come editore, dopo comunque sarai pronto ad ascoltare i miei consigli e comunque io spargerò lacrime di gioia sull’altare della tua bellezza. Io voglio piangere di gioia, perché l’ospite osserva rattrappito in un angolo ed è bene che rattrappito resti.
È mattino, Andrea è partito. I miei occhi di acquamarina non lacrimano più. Lui, l’ospite è con me, in cucina. Bevo caffè senza zucchero. Ha ragione Andrea, sai, mio grazioso ospite, lo zucchero rovina l’aroma del caffè. L’ospite si alza dalla sedia, ora controluce posso vederlo perfettamente: com’è grigio e dimenticato nel suo vestito di panno grigio! Mi sforzo di non ridere e invece, sorridendo, apro la finestra. Si avvicina docile, sa che non è stato dimenticato per passione, ma per allegria. Solo una piccola spinta al centro della schiena e lui, come un fantoccio, precipita giù. Spalanco le finestre, la luce è abbagliante ed i miei occhi non lacrimano più. Il mio editore mi tempesta di telefonate dall’autostrada per Firenze, mentre un ospite inopportuno si lascia precipitare giù dalla finestra. Rido, irrefrenabilmente rido. La beffa è riuscita, ho sempre deciso da sola le mie vittorie ed i miei errori. Nel mio letto ora faccio capriole e cambio mille volte posizione, felice che tutto lo spazio mi appartenga. Guardo il soffitto e prendo a fantasticare sulle mie vittorie. Come altro vuoi che una donna possa difendersi dalla vita, se non attraverso l’ironia, caro lettore?

franca bassi

“Ariconzolasse co l’ajetto”

Principe dei Gabbiani
Immaggine de la sora franca
“Ariconzolasse co l’ajetto”

Ce so certi provebbi che te fanno penzà.
Certi giorni quanno er celo è gricio, nun smette da pioviccicà e la giornata principia male è dificile svortà la paggina.
Er postino ‘gni matina me conzegna ‘na lettra de la sora Equitaja. Siguro che sta mileda nun me cerca pe salutà, oppuro pe chiede signò come sta je serve quarcosa?
Ma me cerca sortanto co la cosa che ciè rimaso quarcosa da pagà!
Ciè servita ‘na vita pe accatastà du mattoni e mo basteno pochi mesi pe asciugà tutta ‘na vita de privazzioni e de sudori. Vabbè, io ce provo, puro se sti bijetti pesano isteso er macigno der saggio Sisifo.’n macigno. Regà pe nun finì sotto ponte Mollo ce devo da provà. Puro se l’anni che ciò so troppi e ciò l’ossa rotti io tento sta nova battaja.
Sapete che ve dico? È mejo arimboccasse le maniche de l’abbito e tornà a lavorà, eppoi pe urtimo me posso istesso ariconzolamme co ‘na fetta de pane, ‘no sputo d’ojo e tanto tanto ajetto.
Comunque pe tutti queli che nun ce so riusciti m’arimane sortanto da provà tanto tenerume e mortissimo sdegno pe li torti che j’hanno fatto.

Sdegno

Semo indove l’Aniene dà ner Fiume.
‘N arto c’è la città che se move de corza
e lì sotto ‘na manciata de casupole.
Ombre de òmmini che vive ‘na vita infame.
Tuttoquanto accosto
sa de covo e de morte.

franca bassi

Classificata

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Il racconto “La mia Montagna” è stato classificato al concorso Albero Andronico.
‘Gni tanto puro le bone notizzie ce vonno.

La mia montagna
Mentre mi trovo a percorrere la via Salaria in direzione della capitale, resto ferma in silenzio dentro l’abitacolo della mia vecchia auto dietro una lunga fila. Sono ancora ferma! Non so quanti minuti sono passati. Annoiata, da dietro le lenti allungo uno sguardo al vicino: un giovane che con la mano picchietta nervosamente il volante come se accompagnasse un motivetto. Poi mi volto sulla destra e vedo l’altro conducente che si mette le dita dentro il naso, mentre la sua passeggera, gesticolando distrattamente, dialoga con un telefonino. Infastidita dalla veduta, con un gesto veloce mi giro per controllare se la fila è ancora ferma. Spengo il motore, la radio si azzittisce. Torno a distrarre il mio sguardo, inserisco la chiave per far funzionare i tergicristalli. Un lento… poi veloce cadenzare dei tergitori di cristallo con le gomme logore lasciano intravedere parzialmente sagome di auto ancora ferme, mentre il suono battente della pioggia sul tettuccio mi martella e mi mescola i pensieri. Lentamente la mia mente si allontana… mentre penso che tutto questo in un attimo potrebbe anche finire. Chino il capo, porto lo sguardo verso il cielo. Le nuvole di un grigio piombo lasciano scrosciare fiumi di pioggia. Distratta dal rumore, il mio pensiero si allontana sempre di più. Mi distoglie dal traffico e mi porta in un tempo molto lontano a percorrere la stessa strada in senso contrario fuori dalla città. Mi rivedo giovane alla guida di una vettura sportiva, la temperatura sicuramente era scesa sottozero, i tergicristalli facevano fatica a spazzolare la neve ghiacciata sul parabrezza. La neve copiosa aveva iniziato a scendere dal cielo poco prima dell’ultimo paese situato ai piedi di una montagna nelle vicinanze di Rieti. La velocità della caduta dei grossi fiocchi confondevano la strada alla mia vista, sensazione simile alla visione di lucciole sbiadite impazzite. La mia montagna era ancora distante… ma ero contenta di trovarmi a bordo della vettura e sapere che una volta raggiunta la meta avrei trovato tanta serenità. I fianchi della strada iniziarono a modificare i contorni nascondendo i rami morti delle ginestre. Le foglie secche dell’autunno colorato e i tetti dei casolari si erano trasformati in minuscoli presepi. Il paesaggio tutto intorno si stava coprendo di un bianco purificatorio. Il silenzio ormai regnava e rendeva i miei pensieri ovattati. Ai bordi della strada nelle valli gli alberi appesantiti si mostravano reclinando i rami stanchi del peso, abbandonandosi lasciavano cadere la neve che in un battito d’ali si era accumulata in eccesso. Dopo un’ora, dopo aver montato le catene, mi ritrovavo ad affrontare curve insidiose. Non so con esattezza quanta strada avevo lasciato alle mie spalle. Le curve non finivano mai. Fu così che poco dopo mi trovai rovinosamente nel bel mezzo di una bufera. Visto l’andazzo, bloccai la marcia alla prima rientranza. La luce tenue del cielo era fusa con la neve, non c’era neppure un cartello, ma credo che il passo delle Capannelle fosse ancora distante. Qui la mia memoria non rammenta come feci a uscire da quella pericolosa situazione.
Molti anni fa comprai una piccola casa ai piedi della mia montagna nel centro storico del piccolo borgo. Appena pochi metri quadrati… una tana con i soffitti a volta, due fornacelle, la credenza scavata nel muro con piccole loggette e un minuscolo camino. Quanti ricordi della mia infanzia ho rivissuto dentro questa piccola casa ai piedi della mia montagna… Per la mia montagna ho scritto molto, ho dedicato poesie e frasi d’amore. Grazie alla mia montagna oggi posso ricordare, rivivere attimi di grande dolore e di grande serenità.
Quante belle serate, a spasso per il corso dell’Aquila, ad ammirare capannelli di giovani felici! Poi all’improvviso come per magia tutto scompariva. Il sabato mattina, prima di andare dalla mia montagna, ero contenta di gironzolare per il mercato, trascinata dal profumo delle erbe essiccate: rosmarino, la maggiorana, bacche di ginepro. Ultima tappa: un paesino di poche anime con un gelido torrente che scendeva dalla montagna per comprare trote buonissime per farmele a cena, al cartoccio, nel piccolo camino…
Invece… purtroppo mi trovo ancora ferma in fila sulla via Salaria direzione centro città, senza conoscere la ragione di questo lungo arresto. Forse la causa sarà un incidente o semplicemente il traffico giornaliero. Non ero più abituata a vedere tante auto. Ormai la settimana la passavo in campagna con la vettura sempre ferma. Nella mia vita ho viaggiato molto, ho visto valli e monti lontani, ma solo una montagna mi ha rapito il cuore. Il mio carattere è stato da sempre molto paziente e per ora mi devo accontentare di procedere solo qualche centimetro. Poi torno con i piedi distanti dai pedali senza provare nervosismo. Per ammazzare il tempo, guardo il mio viso allo specchietto retrovisore. Le donne spesso lo fanno mentre si ritoccano il trucco, ma questo a me non interessa. Non ho mai avuto un rapporto confidenziale con lo specchio e non mi piace truccarmi, mi sono sempre accettata anche con i miei difetti. Mentre osservo le mie labbra, le sento piano piano ammorbidirsi e schiudersi a un sorriso partito dal mio cuore. Lentamente le rughe d’espressione negative spariscono. Sento gli zigomi, le mascelle non mi fanno più male. La negatività mi veniva da nuovi pensieri che si erano sentiti autorizzati a prendere possesso del mio corpo e della mia serenità senza il mio permesso. Capita spesso di mettere altri nomi o nomignoli a delle persone a delle città, e questo può capitare anche a un fiume e pure ad una montagna.
Desidero narrare alcune storie di vita vera altrimenti oggi le mie dita sulla tastiera si bloccherebbero, non saprebbero scrivere emozioni non vissute.
Torniamo alla Mia Montagna. Chi la conosce la chiama il “Gigante dormiente” o “Piccolo Tibet”, per me è semplicemente la Mia Montagna. La vedo grande, imponente, anche se sul nostro pianeta ce ne sono di montagne bellissime ricche di fascino e di mistero, anche molto più alte della mia montagna. Ma queste sono altre storie che non posso scrivere non conoscendole a fondo, ma solo per qualche visita turistica e quelle poche nozioni che si studiano sui banchi di scuola.
I monti più alti, quelli le cui cime si uniscono al cielo, sono ancora lontanissimi da me e quando leggo qualche storia di grandi scalatori, sono sincera, ho provato emozione e anche un pizzico d’invidia. Loro non verranno più vicino e io non potrò mai andare da loro.
La mia montagna, che dopo anni di frequentazione è diventata mia amica, è vicina: a solo 100 chilometri di autostrada. La conosco molto bene. Quando si spoglia dei colori autunnali, quando imbianca, quando si veste in primavera di milioni di colori, quando le sue pietre al sole d’estate si arroventano. Non sono una rocciatrice ma per amare una montagna è anche sufficiente scoprirla negli angoli più semplici. Ecco perché posso scrivere solo di lei.
Lo so che la mia montagna non mi appartiene, ma non importa, io la sento mia e ogni volta che mi arrampico sui suoi pendii posso permettermi di accarezzare le sue pietre bianche, le sue orchidee, i suoi fiori azzurri come spicchi di cielo e i ciuffi d’erba che spuntano prepotentemente nelle fessure del bianco granito, somigliante al pizzo delle capre di montagna.
Il giorno si è appena levato, sulla montagna appaiono le prime nubi minacciose. Il vento che arriva da nord scompiglia la cima degli alberi e solleva le foglie cadute dall’ultimo autunno. Percorro il sentiero che mi conduce a l’edicola di San Franco.
Le mie gambe iniziano a sentire la stanchezza, ma non importa l’edicola che prima appariva piccola ora la vedo nella sua grandezza. Anche se gli ultimi metri sono i più difficili da percorrere non arresto la marcia devo arrivare prima che le nubi avvolgono e nascondono la cima del monte. Spesso dopo una lunga camminata in salita mi fermo per lasciare riposare il mio cuore stanco. Guardo intorno, respiro lentamente per fare sparire quel senso di stordimento e di nausea. Riparo i miei occhi malati con lenti scurissime e da dietro il sipario inizio a cercare qualcosa che i miei occhi malati possano rubare e incamerare nella memoria per quando il sipario della luce calerà per sempre. Vicino alle mie gambe una pietra con un ramo essiccato dal vento e dal freddo, sembra un fossile somigliante a un intrigo di serpenti. Con la mia piccola Kodak rapisco l’immagine e rivedo lo stesso rametto essiccato dal vento del deserto del Wadi Rum. Una piccola teiera per fare il tè colma d’acqua veniva scaldata sotto la tenda e lo stesso legno indurito ardeva lentamente. Mentre mi trovo sulla piana del massiccio, lascio volare i miei aquiloni ed io mi lascio trascinare dalle correnti insieme a loro, mentre lo sguardo si ferma su una pietra bianchissima. Non so se la mia mente o i miei occhi stanchi mi stavano regalando delle immagini… un bianco orso polare, un’agile gazzella, un uomo vestito con strani pelli insieme camminavano in gruppo molto lentamente verso di me. Lascio cadere il mio aquilone, mi tocco la fronte rendendomi conto che non avevo di fronte a me un secondo Otzi. Certo la stanchezza, il freddo, l’altitudine mi stavano regalando un bel miraggio, oppure la mia fantasia stava galoppando a 360 gradi. Un mio amico conoscendo bene i miei racconti mi raccontò di strani fenomeni avvenuti in Cina, di un grosso palazzo apparso sulla montagna per un giorno intero, di una città apparsa e fotografata per qualche minuto. Si dice che sia frutto della rifrazione della luce, ma ancora non è chiaro perché il miraggio duri così tanto. Ho cercato su internet ma ancora non conosco il risultato di queste apparizioni. Questa strana apparizione mi ha fatto tornare bambina, quando la sera a lume di candela cercavo sulle pareti spugnate i volti di figure amiche per addormentarmi. Spesso in montagna quando non si trovava la caligine, mi fermavo e cercavo di vedere lontano l’orizzonte dove il mare Adriatico si sposa con il cielo. Sono attimi di infinito benessere. Qui più volte ho abbandonato le mie carni e aspettavo di vedere volare le aquile mentre il mio corpo veniva ricoperto da sciami di mosche… ma io non ero più lì, volavo insieme a loro e facevo parte della natura circostante. Non provavo disagio, ma solo il piacere di non sentire più il mio corpo. Sono anni che mi arrampico con i miei aquiloni colorati e quando arrivo sull’altopiano trovo delle correnti che mi aiutano a farli volare. Non è facile trovare le parole per descrivere le mie emozioni. Io che scrivo da anni con parole molto semplici mi chiedo come descrivere le vibrazioni del vento, il canto delle sirene di montagna. Credetemi, non e facile! Ad ogni passo afferrare un palloncino colorato e lasciarsi trasportare ancora più in alto. Vorrei volare a fianco dell’aquila insieme al falco e al nibbio, ma non ne sono capace e questa incapacità rammarica la mia anima. Ho sempre unito e impastato il mio corpo nella natura e quando sono sola mi sento di far parte di questo universo.
Un pomeriggio mi sono avventurata con la mia piccola 850cl Bertone a 2300 metri di altitudine, ho aperto il tettuccio nero di tela, ho reclinato lo schienale e ho atteso che il disco di fuoco si nascondesse dietro al massiccio. Nel buio della notte ho iniziato a contare le stelle, dalla valle solo silenzio e il canto del vento. Il piccolo paese accendeva le sue minuscole finestre come piccole lucciole nella notte. Il piccolo borgo, come ogni sera, s’inchinava e riveriva la bellezza della sua montagna. Mi sono abbandonata a quel silenzio e poi ho atteso che il cielo si riempisse di stelle, ho allungato la mia mano destra… ho inserito un disco a alzato tutto il volume… violini, archi, pianoforte… non so quanti strumenti… l’Orchestra di Vienna era intorno a me e nella notte buia ricca di magia mi stava regalando il concerto più bello della mia vita sotto le stelle. Nella mia mente…
Seguirono pensieri dei giorni di dolore per me e per mio figlio e terapie devastanti. Un giorno mi recai sulla mia montagna, era il giorno di Pasqua. Ero sola e gridai tanto fino a non sentire più la mia voce, volevo morire e seguitavo a gridare “Dio, dove sei?” Passai ore sola su quella montagna. Mi arrampicai e poi, stanca, mi fermai all’edicola di San Franco e mi sedetti su un gradino. La nebbia e il freddo si facevano sentire. Mi rinfrescai il viso, bevvi acqua gelida della fontana benedetta che sgorga ai piedi dell’edicola. Deposi sul piccolo altare l’immagine di mio figlio, sistemai la piccola tovaglia ricamata e un mio scritto. Uno sguardo alla valle e al piccolo borgo che da quell’altezza sembrava un pugno di sassi caduti dal cielo. Non ricordo ancora per quanto tempo continuai a piangere e a gridare.
I giorni scorrevano sempre più pesanti. Una mia amica, vedendomi disperata, mi invitò ad andare da Padre Pio. Mentre mi trovai al cospetto della tomba, nel mio silenzio sentii la mia voce che mi parlava nella mente e si rivolgeva a Dio dicendo: “Tu sai che io non so pregarti, ma ti parlo con il mio cuore di mamma come si parla a un padre, io non ti chiedo la vita eterna per mio figlio, non sarebbe giusto visto che ci sono bambini che muoiono con lo stesso male di mio figlio, ti chiedo solo di farlo lavorare finché vive. Tu solo sai quando me lo porterai via. Ti prego…fallo lavorare!”
Ripetevo quella preghiera nella mia mente, chiedevo a Dio di farlo lavorare. Non capivo perché nella mia mente c’era questa richiesta e seguitavo a non comprendere. Passai a visitare la stanzetta dove Padre Pio dormiva e di lato al suo giaciglio c’era un piccolo quadretto, la stessa immagine della Deposizione che qualche anno prima avevo comprato da un antiquario e che avevo appeso in casa. Dopo un settimana, per distrarre mio figlio, lo mandai a consegnare una busta a un mio cliente. Al ritorno mio figlio mi chiese se potevo chiedere a un certo mio cliente di poterlo mandare presso di lui a lavorare, anche senza essere pagato. Accettai la sua richiesta, non conoscendo neppure di che lavoro si trattasse. Visto la grave situazione, questo mio cliente lo prese con sé e lo trattò come se fosse suo figlio. Ogni giorno, mentre mio figlio imparava il nuovo mestiere, vedevo migliorare la salute, lo vedevo sempre più contento. Mi tornò in mente la frase che era passata nella mia mente sulla tomba di Padre Pio e anche la voce di un medico che prima di uscire dall’ospedale mi aveva detto “Lo tenga impegnato, lo aiuterà nella guarigione”.
E fu così che dopo sei mesi mio figlio iniziò a lavorare nel cinema come operatore.
Caro Lucio, perdonami se sono venuta a raccontarti le mie gioie e le mie pene. Ho compreso che sei un vero amico anche se ci siamo conosciuti virtualmente. Tornerò ancora nel bosco ai piedi della nostra montagna. Andrò sui monti della Laga e sul Corno Grande per raccogliere arbusti e pigne secche per accendere in inverno il piccolo camino. La cima imbiancata resterà anche dopo di noi a narrare storie di eremiti, di fate e di folletti, ma solo per chi sa ascoltare può raccogliere il vocio per i vicoli e certe emozioni. Delle volte, nel silenzio del borgo di Assergi, nei boschi ai piedi del massiccio si odono le voci dei nostri avi. Mi dispiace moltissimo che le nostre case dovranno attendere per tornare a vivere ancora. Le ferite del terremoto sono ferite molto profonde. Spero un giorno, anche se vecchi, torneremo a udire le voci per i vicoli antichi. Un grande abbraccio sognando la cima della Nostra Montagna. franca bassi

Ce provo

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viadotto 032

‘Gni tanto ce provo a scrive, ma er tempo è poco. Nun me sento incora stàbbile.  Mo sto a fa le fascine co le frasche de la potàtura. Bisogna arisparmià e dovemo riciclà tutto. Pe furtuna che la mi pòra nonna Betta quann’ero ciuca ma inzegnàto. Prima lo facevo pe giocà mo lo devo fa p’arisparmià sinnò ste tasse me se magnato puro a me.