Er bicchiere

Immagine

Er bicchiere…

Jeramatina er dottore de li denti
nun m’ha fatto male.
Oggi so annata a lo spedale de l’occhi
e dopo la sentenzia…
me so sentita sola e perza.
Listesso ‘na canna vota
che se piega a le carezze der vento.
Se dice:
‘na notizzia bona e ‘na notizzia cattiva!
Amichi, sapete che ve dico?
Tra quarche giorno er mi bicchiere
nun lo lasso mezzo voto
e pe sfata’ er distino…
svérta svérta stappo ‘na bottija
pròsite!er bicchiere è già riempito.

Cencia (franca bassi)

L’OSPITE INOPPORTUNO

In quella stanza tutto era troppo grande per me. L’armadio, che aveva un’unica anta più pesante del macigno di Sisifo, era per me inaccessibile, come le sedie: ripide pareti, che era meglio non affrontare. Perfino salire sul vecchio letto a baldacchino mi rendeva l’immagine della mia inadeguatezza. Di notte i miei occhi tentavano di rintracciare in quelle forme un elemento, un pur piccolo ed insignificante dettaglio, che non fosse e ciclopico e che potesse apparirmi, perciò, amico. Per fortuna dalla stanza accanto venivano il chiarore dell’unica lampada a petrolio e le voci dei grandi, che parlavano piano, perché io non potessi sentire i loro discorsi. Eppure quel sussurrìo, sommesso come una preghiera, cui io accompagnavo la mia debole implorazione sempre uguale a se stessa come una filastrocca, mi confortava e, come una ninna nanna, mi donava un torpore, che alla fine si trasformava in sonno. Ma quasi ogni notte il mio sonno era breve, perché dal cielo si scatenavano tuoni e fulmini, che spaccavano i vetri e scuotevano la mia camera e tutta la casa, come fosse fatta di paglia. Il fragore era assordante e la luce dei lampi feriva i miei occhi ed ancor più la mia anima in cui quella luce malata penetrava, bruciando dentro di me le stentate sicurezze che con tanta pena e goffamente tentavo di costruire. C’era la guerra e la nostra casa era vicina a un nodo ferroviario: bombardavano. Ed ogni notte, ricordo, quell’orrore di tuoni e fulmini inghiottiva case, amici e tanti bambini come me. Fuggimmo nella cascina di nonna Elisabetta. Un piccola casa fatta di sassi, malta e paglia. Lì di notte i tuoni ed i fulmini sembravano ancora più vicini e la paglia volava spesso via, risucchiata dal vortice crudele delle bombe. Osservo il mio volto e la superficie dello specchio riflette un’immagine di me diversa da quella che vive nella mia anima, nella mia memoria. I capelli non sono più morbidi, la pelle luminosa. Sorrido dell’inverno, che come un mantello si va stendendo su di me, perché nel mio cuore, nella mia anima non potrà mai entrare. E non ridere di me, gentile lettore, se ancora oggi di notte nascondo il viso sotto le coperte, quando piove forte e i fulmini illuminano la stanza e i tuoni scuotono velenosi i miei pensieri: c’era la guerra ed ogni notte sparivano case, assieme a tanti bambini come me. La scorsa estate a Ceglie in una quieta penombra all’imbrunire ho osservato piena di curiosità delle piccole piantine di menta selvatica, che tenaci si ostinavano a crescere fra le radici di un olivo. Le ho bagnate e poi sono tornata quasi ogni sera, ho portato loro l’acqua e la mia storia, quella ormai lunga, tortuosa e inconfessabile storia, che nel tempo mi ha reso un essere umano, una donna. Fra gli olivi ad un tratto una luce verde si è affacciata in un angolo del mio sguardo. Rassomigliava ad una delle mie pianticelle e ho cominciato a ridere, prima piano e poi sempre più forte, caro lettore, ridevo di me e di quanto ancora oggi le suggestioni della fantasia abbiano potere sui miei pensieri. Ma poi quella luce, un lampo verde, è tornata sempre più spesso. Osservo il riflesso della mia immagine, avvicino il piccolo ovale dello specchio da trucco ed osservo i miei occhi. Sono belli, tinti di acquamarina, ma sono stanchi, troppo stanchi e distratti; come me, che racconto la mia storia alle pianticelle di menta selvatica. Io non mi sono accorta che qualcosa si avvicinava, che un ospite grattava alla luce della coscienza per essere riconosciuto; sempre più impaziente, grattava e grattava, perché era lì! E non sarebbe potuto più andar via, neppure se lo avesse voluto! Osservo i miei occhi di acquamarina, sono belli e stanchi: sono malati. Malattia è una parola di genere femminile, il male invece maschile. Sembra a tutti, ma non certo a me, che i miei occhi abbiano contratto una malattia; ma privata degli occhi io non potrò più scrivere per te, caro lettore, e non potrò più leggere, neppure correggere le mie bozze di stampa. E questa non si può definire solo una malattia, perché non lo è! Questo è il male, che tenta di insinuare l’inverno nella mia anima e da cui non ci si può difendere, come dalle bombe, che di notte inghiottivano le case, gli amici e tanti altri bambini come me e alla fine inghiottirono anche mio padre! Questo è per me il male. Male è una parola di genere maschile. Arriva e non avverte e non saluta, si siede ed è semplicemente lì. Oggi io curo i miei occhi, perché lui, un ospite inopportuno, me lo ha imposto. E lo vedo che è qui, che c’è! Perché ogni angolo della mia casa svela il suo passaggio. Trovo il flacone di collirio, lo trovo perché il mio ospite è qui. Mi sveglio con gli occhi umidi, perché lui è qui con me, anche di notte nel letto lui è con me. Mi alzo, osservo le lenzuola e le orme dell’ospite nella mia casa, su di me e penso: cosa può raccontare un letto di un’intera vicenda umana? Nel mio letto io ho pianto in solitudine le mie tragedie e le mie sconfitte. Nel mio letto ho vegliato serena, gli occhi fissi al soffitto, ed ho fantasticato sulle mie vittorie. Nel mio letto ho fatto capriole e ho cambiato posizione mille volte, felice che tutto lo spazio mi appartenesse. Il mio letto ho vestito di lenzuola di raso e le ho bagnate del sudore del mio corpo tremante e delle lacrime della mia gioia. Nel mio letto ho partorito mio figlio e conosciuto gli errori, che nascevano dalla mia bellezza. Ho però sempre deciso da sola le mie vittorie ed i miei errori. Oggi invece mi sveglio con gli occhi umidi, perché di notte l’ospite è nel letto con me. Anche il cibo è cambiato. Ho sempre mangiato con gioia, preoccupata un tempo solo del costo del cibo, poi soltanto del sapore del cibo, ma mai mi sono chiesta con quale cibo nutrissi me stessa. Credevo non avesse importanza, ho scoperto invece che non è così: si può desiderare un cibo, se ci è vietato. L’ospite è bizzarro, mi ricorda qualcuno e, al tempo stesso, un intero pàntheon di originali e strambe bizzarrìe: i miei errori, che nascevano dalla mia bellezza. Prendo fra le mie mani la moltitudine di stramberie, sono come tasselli dissonanti fra loro, rubati da immagini tutte differenti, li lancio in aria e nell’aria li guardo ondeggiare. Alla fine compongono una figura, è bella ma, inutile icona, è priva di significato. È un ombra: è l’ombra di qualcosa che ho solo potuto intravedere, ma mai toccare o abbracciare. L’ombra con la quale lungo tutta la mia vita sono stata costretta all’equivoco, perché eccetto che ombre, altro davvero non c’era! Il mio bicchiere è sempre stato mezzo pieno. Ancor più oggi, mentre la superficie dello specchio mi rimanda un’immagine di me diversa da quella che vive nella mia anima e nella mia memoria: ancor più oggi il mio bicchiere è mezzo pieno! Perché su tutto stendo il mio sguardo divertito. Caro lettore, come altro vuoi che si possa difendere dalla vita una donna, se non attraverso l’ironia? Osserva con me il vecchio amante e gli ideali sui quali posava il mondo, come sulle tre balene quando cominciò la storia dell’umanità, e poi gratta con l’unghia quella sottile pellicola di smalto che li protegge, troverai il nulla. In questo nulla la mia anima non si perderà, di questo nulla la mia anima ancora una volta riderà. Io riderò del male e di tutte le malìe con le quali il male sa vincere l’anima: io, una donna. Guardo il mio ospite, divora zucchero, come un primitivo mangia con le dita chiuse a coppa e sta divorando me. Ma il mio corpo ha già imparato a rinunciare allo zucchero, in me non ne troverà più. Non piango più già da settimane, svegliandomi al mattino con gli occhi umidi. Li asciugo, tirando su col naso, come quando ero bambina nella casa di malta e paglia di nonna Elisabetta. Restò in piedi quella casa, così come oggi sono ferma sulle mie gambe io: una donna. L’ospite è silenzioso. Nei giorni scorsi, camminando sulla spiaggia, avrei giurato che a fianco alle mie orme ci fossero le sue, ora non so, forse erano orme lasciate da un piccolo cane, che seguiva il suo padrone. Non posso vedere l’ospite, ma solo intuirne la presenza, anche se sono sicura che lui veda me. Lo sento sulla poltrona, respira piano, ma il suo cuore batte veloce. Sembra triste, dimenticato e solo. Leggo allora le terze bozze del mio ultimo libro, la luce della lampada al quarzo è forte e non ho quasi mai necessità degli occhiali da lettura. Lui mi osserva in silenzio: è astioso. Il mio editore è pieno di coraggio e privo di saggezza, forse proprio per questo si chiama Andrea. È ricco solo di energia, non accetta suggerimenti ed ha ragione. Mi adora, lo so, ma non segue i miei consigli, eppure io sento in lui e nelle sue parole un talento vero. Come vuoi, caro lettore, che possa difendersi una povera donna dalla vita, se non attraverso l’ironia? Restituisco le bozze corrette già oggi, solo perché il mio editore mi ha aiutata nel lavoro. È rimasto qui con me, ha lavorato con me. L’ospite che non vedo, giace mesto e dimenticato, lo so, cosciente della propria perfetta inutilità. È sera tardi, piove a dirotto, non posso lasciar partire Andrea da solo in macchina. Preparo il cibo, attenta, come un tempo, solo al suo sapore. Andrea mi guarda, anche l’ospite mi osserva malinconico. Il mio sguardo ironico si appunta sulla malinconia. Che sentimento ridicolo è la malinconia! Quello stato d’animo che impedisce alle persone di ridere di qualcosa con l’anima, salvo stendere malinconicamente sulle labbra un abbozzo di smorfietta, a scoprire la chiostra dei denti, probabilmente non sempre candida. Candido e fiducioso invece è il sorriso di Andrea. Mangia con gusto ed è ciarliero, allegro. Dio: quante storie in libertà conosce e sa raccontare! Lo ascolto incantata, l’ospite tace nei miei occhi di acquamarina, che non lacrimano più. Leggo per Andrea, recito versi e canto e ballo, mentre l’ospite giace dimenticato in un angolo, non so più dove: ma che sia lontano e nascosto alla luce della vita! L’ospite osserva Andrea, mentre Andrea osserva la vita nei miei occhi e li bacia, poi mi abbraccia ed io a quell’abbraccio mi lascio andare. Il mio letto ho vestito di lenzuola di raso, che bagnerò con il sudore del mio corpo tremante e le lacrime della mia gioia, Andrea, anche se sembri un po’ noioso, ripetitivo e privo di quella fantasia che ti sostiene come editore, dopo comunque sarai pronto ad ascoltare i miei consigli e comunque io spargerò lacrime di gioia sull’altare della tua bellezza. Io voglio piangere di gioia, perché l’ospite osserva rattrappito in un angolo ed è bene che rattrappito resti.
È mattino, Andrea è partito. I miei occhi di acquamarina non lacrimano più. Lui, l’ospite è con me, in cucina. Bevo caffè senza zucchero. Ha ragione Andrea, sai, mio grazioso ospite, lo zucchero rovina l’aroma del caffè. L’ospite si alza dalla sedia, ora controluce posso vederlo perfettamente: com’è grigio e dimenticato nel suo vestito di panno grigio! Mi sforzo di non ridere e invece, sorridendo, apro la finestra. Si avvicina docile, sa che non è stato dimenticato per passione, ma per allegria. Solo una piccola spinta al centro della schiena e lui, come un fantoccio, precipita giù. Spalanco le finestre, la luce è abbagliante ed i miei occhi non lacrimano più. Il mio editore mi tempesta di telefonate dall’autostrada per Firenze, mentre un ospite inopportuno si lascia precipitare giù dalla finestra. Rido, irrefrenabilmente rido. La beffa è riuscita, ho sempre deciso da sola le mie vittorie ed i miei errori. Nel mio letto ora faccio capriole e cambio mille volte posizione, felice che tutto lo spazio mi appartenga. Guardo il soffitto e prendo a fantasticare sulle mie vittorie. Come altro vuoi che una donna possa difendersi dalla vita, se non attraverso l’ironia, caro lettore?

franca bassi

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3 thoughts on “Er bicchiere

  1. Bellissimi versi in vernacolo, carissima Franca , e con il tuo carattere ,malgrado le brutte notizie (per le quali ti scriverò in risposta all tua mail) il tuo bicchiere sarà sempre mezzo pieno ! E poi in questi casi una bevuta non ci sta male!! Un abbraccio fortissimo!

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