Trullo fatato

Immagini di franca : Alba a Ceglie Messapica

Immagine di franca: Tramonto a Ceglie Messapica

Immagine di franca: Trullo fatato

Cari amici, voi che da anni mi seguite sul blog già conoscete il significato del mio avatar. Per chi è nuovo alla lettura dei miei post cercherò di essere breve e spiegare il significato racchiuso dentro quel piccolo quadratino chiamato Avatar.

Quando vengo a commentare vi appare l’immagine di una parte del mio trullo situato nella campagna di Ceglie Messapica, al quale ho dato il nome di Trullo Fatato.

I miei semplici racconti sono storie di angeli, fate, folletti, luci misteriose, sogni premonitori… più o meno racconti con una radice vera e accarezzati da pennellate di colore e luce. Le mie storie le sento un tantino più vere, in quanto ho avuto dei validi riscontri e che quello che accadeva intorno al trullo non era solo il frutto della mia immaginazione. Comunque ognuno di noi può trarre le sue convinzioni e pensare quello che desidera.

Non so se questo anno riuscirò a trovare uno spazio per tornare dentro il trullo fatato. La crisi, le tasse da pagare, le svariate bollette che arrivano mi stanno costringendo a lavorare per adempiere il mio dovere e per mantenere quello che avevo comprato con cinquanta anni di lavoro come scorta per la mia vecchiaia. Mi chiedo: ma questo senso del dovere che per tutta una vita mi ha seguito quando mi abbandonerà? Adesso alla mia età non trovo giusto dover ancora lavorare per tenere gonfia la mia ruota di scorta. Per questi anni di vita che mi restano ancora, speravo di godermi un po’ di riposo, ma in realtà la mia vecchiaia è una grande delusione.

La veste del dovere mi comincia a stare troppo stretta. La trama e l’ordito si sta lacerando. Ho tanto bisogno di rigenerare la mia anima. Il mio corpo non mi sembra che stia chiedendo vacanze in terre lontane, gioielli. Cari amici a me basta una pietra corrosa dalle onde del mare con un buco e una corda per fare una collana, mi serve sentire l’odore la terra vicino a casa quando piove, quel profumo di mentuccia che mi porta a sognare i miei giochi di bimba. Sono tanto stanca che non riesco neppure ad ascoltare la radio. La Tv da anni che l’ho spenta. Solo il silenzio e il cinguettio degli uccelli riesce ancora ad allietare il mio spirito. Tutto quello che mi circonda lo vedo con occhi differenti. Mi manca il beato silenzio, il mio amico vento che mi porta il canto del mare. Gli aghi di pino che delicati cadono sul piazzale e i rami robusti si riempono di verdi candele nuove. Quel rumore di tonfo delle pigne che cadono sull’aia di chianche antiche sparpagliano i dolci pinoli mi manca tutto questo.

Oggi stavo cercando delle foto fatte una estate indietro per scrivere un nuovo post. Ho trovato queste immagini. Eccole! Ve le posto e allego il mio racconto.

Conosco bene il posto. Il colore rosso della terra di Puglia, il profumo della natura il canto del vento simile alle onde del mare poco distante. La mia anima da anni è stata rapita dalla terra dei Messapi. Anche da bambina grazie a mia nonna Betta ero stata abituata ad osservare i doni che il creato ci offre. Ma la vita sulla nostra terra spesso non ci da la misura giusta delle cose, non ci da la possibilità di osservare di capire. La meditazione ha bisogno di vivere un tempo ben differente da quello che la società ci propina. Bene, di questa storia che vengo a scrivere dovrò darvi qualche prova, altrimenti per voi restano solo parole.

Quando mi trovo distante da casa di Roma è mia abitudine aspettare l’alba e il tramonto. Quando sono al trullo il sole che sorge al mare Adriatico dipinge il cielo con la sua bravura e ogni dipinto è differente. Amici in questi anni ho collezionato svariate immagini, ma nel mio archivio non ho trovato nulla che somigliasse a queste foto.

Nell’estate del 2011 solo alcune immagini hanno delle luci strane all’alba e al tramonto.

Ecco in questa prima immagine si vede il sole che sta sorgendo e quelle luci strane su quella grossa pietra che da me è stata fatta posizionare lì. All’operaio mentre scavava ho detto: “questa grossa pietra ha molti anni, sicuramente conosce i segreti di questa terra, posizionala difronte al trullo così la mattina il sole la riscalda e la bacia”.

Con una lente di ingrandimento ieri ho osservato bene l’immagine e sulla sinistra in basso io ci vedo il volto di una fanciulla di profilo con lunghi capelli rossi. Ho osservato le altre immagini dove si vede nettamente che non c’è fogliame, anzi la zona è priva di cespugli.

La chiamerò Fata del Granturco. Poi in queste altre immagini il volto è sparito e ci sono solo delle luci che si spostano sulla pietra.

Adesso passiamo al tramonto, già scritto precedentemente. Mentre mi trovavo in cucina a preparare la cena, nella mente una voce nella mia mente mi dice di fare una foto al tramonto, quasi infastidita non le do retta. Continuo nella preparazione del cibo per non fare danni ora faccio una cosa per volta per ottenere un buon risultato ricordo che da giovane facevo contemporaneamente molte cose.

Ancora la voce, ma io indifferente la ignoro.

Dopo pochi minuti sento picchiettare toc… toc sul vetro, ho pensato al gatto della Salvina, mia vicina di trullo. Uno sguardo svelto a sinistra… ma nulla. Torno ai fornelli attenta a non bruciacchiare la cena. Ancora un toc… toc sul vetro mi giro e vedo il sole bellissimo tra i rami del grande albero dell’olivo che dipingeva di un rosso il fogliame.

Bene, innamorata del sole ho spostato il tegame di coccio su un fornello spento onde evitare danni. Ho scattato tre o quatto foto dell’albero vestito di luce. La sera quando ho trasferito l’immagini sul mio PC, mi accorsi che solo su una immagine cera una sfera verde posizionata nel tronco.

Che pensate amici fino a questo punto vi sembra strano quello che scrivo?

Appena rientrata a Roma dalle vacanze mi reco al casale nella Sabina e come ogni rientro sistemo piccoli lavori di restauro. Ero seduta sugli scalini e mi accingevo a restaurare vecchi alari, un bagliore tipo lampo poi una luce verde mi appare al lato del mio occhio sinistro. Continuo a pulire ancora con l’antiruggine i ferri e ancora un lampo e contemporaneamente la vocina nella mia testa una voce mi dice “ancora non hai capito?” Ma cosa devo capire? risposi sempre nella mia mente credevo di farneticare parlavo con il pensiero e con chi?

Spaventata delle luci la mattina successiva al mio rientro in capitale mi recai al pronto soccorso degli occhi. Fu data una diagnosi cattiva, era la prima volta che sentivo parlare di Glaucoma senza sintomi senza dolori. Non sapevo neppure che cosa fosse. Una dottoressa mi disse che se non mi fossi curata sarei diventata presto cieca. Passati alcuni giorni ho vissuto un grande dramma sapendo che stavo diventando cieca provavo a camminare in casa a occhi chiusi finestre spente ho compreso che molti bambini sono nelle mie condizioni. Mi guardavo intorno, piangevo mi disperavo come avrei vissuto la mia vecchiaia senza luce?

Un amico virtuale del blog Lucio, mi scrisse di non preoccuparmi lui dal 65 che si curava e ancora portava la macchina. Questo commento mi è stato di aiutò, prendere fiducia a lottare e poi nacque il racconto (che si classifico al quarto posto al concorso di Napoli tra le parole e l’infinito) ”L’ospite inopportuno” dentro questo racconto ho lasciato le mie pene anche se ogni tanto quando lo stress e la stanchezza mi prende non vedo bene.

Devo ringraziare il mio angelo Nithael, la fata del granturco, il folletto toc… toc, le sfere e la vocina che mi solleticava la mente se oggi mi sto curando, non lo so comunque mi sento protetta e per questo ringrazio il mio Dio.

Che dite posso credere a queste luci e a queste voci che sento a voi è mai capitato qualcosa di simile? franca bassi

L’OSPITE INOPPORTUNO

In quella stanza tutto era troppo grande per me. L’armadio, che aveva un’unica anta più pesante del macigno di Sisifo, era per me inaccessibile, come le sedie: ripide pareti, che era meglio non affrontare. Perfino salire sul vecchio letto a baldacchino mi rendeva l’immagine della mia inadeguatezza. Di notte i miei occhi tentavano di rintracciare in quelle forme un elemento, un pur piccolo ed insignificante dettaglio, che non fosse e ciclopico e che potesse apparirmi, perciò, amico. Per fortuna dalla stanza accanto venivano il chiarore dell’unica lampada a petrolio e le voci dei grandi, che parlavano piano, perché io non potessi sentire i loro discorsi. Eppure quel sussurrìo, sommesso come una preghiera, cui io accompagnavo la mia debole implorazione sempre uguale a se stessa come una filastrocca, mi confortava e, come una ninna nanna, mi donava un torpore, che alla fine si trasformava in sonno. Ma quasi ogni notte il mio sonno era breve, perché dal cielo si scatenavano tuoni e fulmini, che spaccavano i vetri e scuotevano la mia camera e tutta la casa, come fosse fatta di paglia. Il fragore era assordante e la luce dei lampi feriva i miei occhi ed ancor più la mia anima in cui quella luce malata penetrava, bruciando dentro di me le stentate sicurezze che con tanta pena e goffamente tentavo di costruire. C’era la guerra e la nostra casa era vicina a un nodo ferroviario: bombardavano. Ed ogni notte, ricordo, quell’orrore di tuoni e fulmini inghiottiva case, amici e tanti bambini come me. Fuggimmo nella cascina di nonna Elisabetta. Un piccola casa fatta di sassi, malta e paglia. Lì di notte i tuoni ed i fulmini sembravano ancora più vicini e la paglia volava spesso via, risucchiata dal vortice crudele delle bombe. Osservo il mio volto e la superficie dello specchio riflette un’immagine di me diversa da quella che vive nella mia anima, nella mia memoria. I capelli non sono più morbidi, la pelle luminosa. Sorrido dell’inverno, che come un mantello si va stendendo su di me, perché nel mio cuore, nella mia anima non potrà mai entrare. E non ridere di me, gentile lettore, se ancora oggi di notte nascondo il viso sotto le coperte, quando piove forte e i fulmini illuminano la stanza e i tuoni scuotono velenosi i miei pensieri: c’era la guerra ed ogni notte sparivano case, assieme a tanti bambini come me. La scorsa estate a Ceglie in una quieta penombra all’imbrunire ho osservato piena di curiosità delle piccole piantine di menta selvatica, che tenaci si ostinavano a crescere fra le radici di un olivo. Le ho bagnate e poi sono tornata quasi ogni sera, ho portato loro l’acqua e la mia storia, quella ormai lunga, tortuosa e inconfessabile storia, che nel tempo mi ha reso un essere umano, una donna. Fra gli olivi ad un tratto una luce verde si è affacciata in un angolo del mio sguardo. Rassomigliava ad una delle mie pianticelle e ho cominciato a ridere, prima piano e poi sempre più forte, caro lettore, ridevo di me e di quanto ancora oggi le suggestioni della fantasia abbiano potere sui miei pensieri. Ma poi quella luce, un lampo verde, è tornata sempre più spesso. Osservo il riflesso della mia immagine, avvicino il piccolo ovale dello specchio da trucco ed osservo i miei occhi. Sono belli, tinti di acquamarina, ma sono stanchi, troppo stanchi e distratti; come me, che racconto la mia storia alle pianticelle di menta selvatica. Io non mi sono accorta che qualcosa si avvicinava, che un ospite grattava alla luce della coscienza per essere riconosciuto; sempre più impaziente, grattava e grattava, perché era lì! E non sarebbe potuto più andar via, neppure se lo avesse voluto! Osservo i miei occhi di acquamarina, sono belli e stanchi: sono malati. Malattia è una parola di genere femminile, il male invece maschile. Sembra a tutti, ma non certo a me, che i miei occhi abbiano contratto una malattia; ma privata degli occhi io non potrò più scrivere per te, caro lettore, e non potrò più leggere, neppure correggere le mie bozze di stampa. E questa non si può definire solo una malattia, perché non lo è! Questo è il male, che tenta di insinuare l’inverno nella mia anima e da cui non ci si può difendere, come dalle bombe, che di notte inghiottivano le case, gli amici e tanti altri bambini come me e alla fine inghiottirono anche mio padre! Questo è per me il male. Male è una parola di genere maschile. Arriva e non avverte e non saluta, si siede ed è semplicemente lì. Oggi io curo i miei occhi, perché lui, un ospite inopportuno, me lo ha imposto. E lo vedo che è qui, che c’è! Perché ogni angolo della mia casa svela il suo passaggio. Trovo il flacone di collirio, lo trovo perché il mio ospite è qui. Mi sveglio con gli occhi umidi, perché lui è qui con me, anche di notte nel letto lui è con me. Mi alzo, osservo le lenzuola e le orme dell’ospite nella mia casa, su di me e penso: cosa può raccontare un letto di un’intera vicenda umana? Nel mio letto io ho pianto in solitudine le mie tragedie e le mie sconfitte. Nel mio letto ho vegliato serena, gli occhi fissi al soffitto, ed ho fantasticato sulle mie vittorie. Nel mio letto ho fatto capriole e ho cambiato posizione mille volte, felice che tutto lo spazio mi appartenesse. Il mio letto ho vestito di lenzuola di raso e le ho bagnate del sudore del mio corpo tremante e delle lacrime della mia gioia. Nel mio letto ho partorito mio figlio e conosciuto gli errori, che nascevano dalla mia bellezza. Ho però sempre deciso da sola le mie vittorie ed i miei errori. Oggi invece mi sveglio con gli occhi umidi, perché di notte l’ospite è nel letto con me. Anche il cibo è cambiato. Ho sempre mangiato con gioia, preoccupata un tempo solo del costo del cibo, poi soltanto del sapore del cibo, ma mai mi sono chiesta con quale cibo nutrissi me stessa. Credevo non avesse importanza, ho scoperto invece che non è così: si può desiderare un cibo, se ci è vietato. L’ospite è bizzarro, mi ricorda qualcuno e, al tempo stesso, un intero pàntheon di originali e strambe bizzarrie: i miei errori, che nascevano dalla mia bellezza. Prendo fra le mie mani la moltitudine di stramberie, sono come tasselli dissonanti fra loro, rubati da immagini tutte differenti, li lancio in aria e nell’aria li guardo ondeggiare. Alla fine compongono una figura, è bella ma, inutile icona, è priva di significato. È un ombra: è l’ombra di qualcosa che ho solo potuto intravedere, ma mai toccare o abbracciare. L’ombra con la quale lungo tutta la mia vita sono stata costretta all’equivoco, perché eccetto che ombre, altro davvero non c’era! Il mio bicchiere è sempre stato mezzo pieno. Ancor più oggi, mentre la superficie dello specchio mi rimanda un’immagine di me diversa da quella che vive nella mia anima e nella mia memoria: ancor più oggi il mio bicchiere è mezzo pieno! Perché su tutto stendo il mio sguardo divertito. Caro lettore, come altro vuoi che si possa difendere dalla vita una donna, se non attraverso l’ironia? Osserva con me il vecchio amante e gli ideali sui quali posava il mondo, come sulle tre balene quando cominciò la storia dell’umanità, e poi gratta con l’unghia quella sottile pellicola di smalto che li protegge, troverai il nulla. In questo nulla la mia anima non si perderà, di questo nulla la mia anima ancora una volta riderà. Io riderò del male e di tutte le malìe con le quali il male sa vincere l’anima: io, una donna. Guardo il mio ospite, divora zucchero, come un primitivo mangia con le dita chiuse a coppa e sta divorando me. Ma il mio corpo ha già imparato a rinunciare allo zucchero, in me non ne troverà più. Non piango più già da settimane, svegliandomi al mattino con gli occhi umidi. Li asciugo, tirando su col naso, come quando ero bambina nella casa di malta e paglia di nonna Elisabetta. Restò in piedi quella casa, così come oggi sono ferma sulle mie gambe io: una donna. L’ospite è silenzioso. Nei giorni scorsi, camminando sulla spiaggia, avrei giurato che a fianco alle mie orme ci fossero le sue, ora non so, forse erano orme lasciate da un piccolo cane, che seguiva il suo padrone. Non posso vedere l’ospite, ma solo intuirne la presenza, anche se sono sicura che lui veda me. Lo sento sulla poltrona, respira piano, ma il suo cuore batte veloce. Sembra triste, dimenticato e solo. Leggo allora le terze bozze del mio ultimo libro, la luce della lampada al quarzo è forte e non ho quasi mai necessità degli occhiali da lettura. Lui mi osserva in silenzio: è astioso. Il mio editore è pieno di coraggio e privo di saggezza, forse proprio per questo si chiama Andrea. È ricco solo di energia, non accetta suggerimenti ed ha ragione. Mi adora, lo so, ma non segue i miei consigli, eppure io sento in lui e nelle sue parole un talento vero. Come vuoi, caro lettore, che possa difendersi una povera donna dalla vita, se non attraverso l’ironia? Restituisco le bozze corrette già oggi, solo perché il mio editore mi ha aiutata nel lavoro. È rimasto qui con me, ha lavorato con me. L’ospite che non vedo, giace mesto e dimenticato, lo so, cosciente della propria perfetta inutilità. È sera tardi, piove a dirotto, non posso lasciar partire Andrea da solo in macchina. Preparo il cibo, attenta, come un tempo, solo al suo sapore. Andrea mi guarda, anche l’ospite mi osserva malinconico. Il mio sguardo ironico si appunta sulla malinconia. Che sentimento ridicolo è la malinconia! Quello stato d’animo che impedisce alle persone di ridere di qualcosa con l’anima, salvo stendere malinconicamente sulle labbra un abbozzo di smorfietta, a scoprire la chiostra dei denti, probabilmente non sempre candida. Candido e fiducioso invece è il sorriso di Andrea. Mangia con gusto ed è ciarliero, allegro. Dio: quante storie in libertà conosce e sa raccontare! Lo ascolto incantata, l’ospite tace nei miei occhi di acquamarina, che non lacrimano più. Leggo per Andrea, recito versi e canto e ballo, mentre l’ospite giace dimenticato in un angolo, non so più dove: ma che sia lontano e nascosto alla luce della vita! L’ospite osserva Andrea, mentre Andrea osserva la vita nei miei occhi e li bacia, poi mi abbraccia ed io a quell’abbraccio mi lascio andare. Il mio letto ho vestito di lenzuola di raso, che bagnerò con il sudore del mio corpo tremante e le lacrime della mia gioia, Andrea, anche se sembri un po’ noioso, ripetitivo e privo di quella fantasia che ti sostiene come editore, dopo comunque sarai pronto ad ascoltare i miei consigli e comunque io spargerò lacrime di gioia sull’altare della tua bellezza. Io voglio piangere di gioia, perché l’ospite osserva rattrappito in un angolo ed è bene che rattrappito resti. È mattino, Andrea è partito. I miei occhi di acquamarina non lacrimano più. Lui, l’ospite è con me, in cucina. Bevo caffè senza zucchero. Ha ragione Andrea, sai, mio grazioso ospite, lo zucchero rovina l’aroma del caffè. L’ospite si alza dalla sedia, ora controluce posso vederlo perfettamente: com’è grigio e dimenticato nel suo vestito di panno grigio! Mi sforzo di non ridere e invece, sorridendo, apro la finestra. Si avvicina docile, sa che non è stato dimenticato per passione, ma per allegria. Solo una piccola spinta al centro della schiena e lui, come un fantoccio, precipita giù. Spalanco le finestre, la luce è abbagliante ed i miei occhi non lacrimano più. Il mio editore mi tempesta di telefonate dall’autostrada per Firenze, mentre un ospite inopportuno si lascia precipitare giù dalla finestra. Rido, irrefrenabilmente rido. La beffa è riuscita, ho sempre deciso da sola le mie vittorie ed i miei errori. Nel mio letto ora faccio capriole e cambio mille volte posizione, felice che tutto lo spazio mi appartenga. Guardo il soffitto e prendo a fantasticare sulle mie vittorie. Come altro vuoi che una donna possa difendersi dalla vita, se non attraverso l’ironia, caro lettore? “

franca bassi

Annunci

3 thoughts on “Trullo fatato

  1. Carissima Franca , conosco ormai le tue vicende e soprattutto la tua grande e fervida fantasia , con cui intrecci i tuoi racconti di vita reale! Capisco anche il tuo sfogo amaro e di rabbia nel contempo , che è quello di tutte le persone oneste e che compiono il loro dovere , ma ,ahimè, senza conseguirne almeno i vantaggi giusti! Sempre belli i tuoi racconti e il mio augurio è che possa andare presto dal tuo Trullo fatato almeno per qualche giorno. Almeno il tuo “Ospite inopportuno” ti ha fatto conseguire un meritatissimo premio . E’ bastata la paura e ti ringrazio per la menzione nel tuo post! So che significa la paura quando si ascolta una diagnosi simile (ci son passato negli anni dal 1968 e successivi); ma poi si convive con l'”ospite”, contrastandolo con le cure adeguate! Un abbraccio forte forte e un saluto da Lauretta , che circa cinque anni fa ha scoperto di avere anche lei questo “ospite” subdolo e sgradito! Lucio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...